PAIN & GAIN – Muscoli e Denaro Recensione con Spoiler!

PAIN & GAIN – Muscoli e Denaro Recensione con spoiler di Venom! Molti di voi appena leggeranno che Pain & Gain (da noi con il sottotitolo, assurdo, Muscoli e...

PAIN & GAIN – Muscoli e Denaro Recensione con spoiler di Venom!

Pain

Molti di voi appena leggeranno che Pain & Gain (da noi con il sottotitolo, assurdo, Muscoli e Denaro) è diretto da Michael Bay neanche prenderanno in considerazione questa recensione e leggeranno altro. Mentre, chi è fan di Michael Bay, non può accettare che il suo idolo abbia realizzato un film senza “robottoni”, sparatorie continue e inseguimenti pazzi, fotografia super patinata. Pertanto non solo non lo leggeranno a prescindere, ma penseranno che Bay abbia commesso un errore da dimenticare.

Con queste premesse si da inizio alla recensione di Pain & Gain.

PAIN AND GAIN

Pain & Gain è un adattamento del libro di Pete Collins Pain & Gain: This is a True Story, che, a sua volta, prende spunto da avvenimenti realmente accaduti nel 1995 a Miami, in Florida. Per l’incredibilità di certi eventi e, probabilmente, per ricordare allo spettatore che la storia non è stata romanzata e che spesso la realtà supera di gran lunga la fantasia, durante il film, leggerete in sovra impressione frasi che ricordano che i fatti sono realmente accaduti.

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Daniel Lugo (Mark Wahlberg), un piccolo truffatore con la fissazione del body-building, vuole realizzare il suo sogno americano che, per lui, si traduce in vita lussuosa, auto, soldi, e un fisico scolpito, appunto da body builder. Nella sua incredibile stupidità decide di seguire una” via folle” per realizzare tutto ciò.

Lugo pianifica il sequestro di un suo ricco, antipatico e fastidioso cliente, di nome Victor Kershaw (Tony Shalhoub). A seguito del rapimento si farà intestare tutti i suoi averi. Stupidamente pensa che tutto si possa concretizzare semplicemente ottenendo una firma.

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Incredibilmente trova anche due perfetti “idioti”, che accettano di diventare suoi complici per realizzare l’assurdo progetto. I due sono Adrian Doorball (Anthony Mackie ), un ragazzo che si allena con lui, anch’egli maniaco del fisico e Paul Doyle (Dwayne Johnson), un ex carcerato da poco iscrittosi in palestra.
I tre, dopo un patetico tentativo, riescono a rapire l’uomo, commettendo, però, una serie infinita di errori, non ultimo il tentativo, fallito, di uccidere l’ostaggio.

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Per loro fortuna la polizia di Miami non crede al sopravvissuto soprattutto perché, essendo di origini colombiane, viene ingiustamente associato al narcotraffico.
Dopo essere riusciti  a estortcere le firme richieste e utilizzando un notaio compiacente, s’impossessano comunque di tutto il suo patrimonio, sperando, successivamente, di “sistemare” una volta e per tutte Kershaw.
Ma quest’ultimo non si da per vinto e, anche se ferito e abbandonato dalla polizia, cerca giustizia e si affida a un abile detective privato (Ed Harris), che comprenderà subito che i tre sono dei pazzi criminali, pronti a commettere nuovi terribili crimini.
I tre, infatti, avendo finito i soldi, decidono di portare a termine un piano ancora più folle del primo, che si concluderà tragicamente con un duplice omicidio.
Ciò scatenerà tutta la polizia di Miami che finalmente interverrà e riuscirà a catturarli.

Considerazioni

 'Pain and Gain' Miami Premiere

Pensando che Pain & Gain sia un film di Michael Bay, rimango incredulo.
Ormai Bay aveva abituato gli spettatori a pellicole con trame banali, quasi inesistenti, “infarcite” da incredibili esplosioni, militari che risolvevano tutto con la violenza, e con figure femminili bellissime, ma che ricoprivano il ruolo di “soprammobile”.
Con Pain & Gain, invece, realizza un film assolutamente diverso dal suo solito che, mi permetto di paragonare solo dal punto di vista concettuale e non registico, a dei film dei fratelli Cohen, quali Il grande Lebowski o Fargo.
Il film inizia in puro stile “Bay”, ovvero, con rallenty, fermo immagine e movimento di camera annesso. Tutto ciò è messo a punto solo all’inizio del film, forse per comunicarci subito ciò che non vedremo in seguito.

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Dopo questo incipit si passa a un modello registico davvero inaspettato per Michael Bay, che mi ha piacevolmente stupito: riprese senza troppi fronzoli estetici, tranne qualcuno (è sempre Michael Bay), e momenti di dialogo ben orchestrati che mettono a loro agio gli attori (Mark Wahlberg, Dwayne Johnson, che stupisce nell’interpretazione, e Anthony Mackie), e che li aiutano a immedesimarsi bene nei personaggi che devono rappresentare ( tre stupidi con il cervello distrutto da anabolizzanti e altro).

Premettiamo che il film non ha fatto incassi da record, ai quali è abituato Michael Bay, e quindi è chiaro che nasce dal desiderio del regista di realizzare un progetto molto personale, dimostrando anche come Bay sia in grado di realizzare opere tratte da sceneggiature di spessore, con grande passione e non svilendo il tutto con effetti speciali incredibili.

Un regista, Michael Bay, che sempre ha portato in trionfo la grandezza dell’America, del suo sogno , e della sua estetica, ma che qui, invece, mostra un’amara riflessione su come l’immagine condizioni ormai gli stessi americani a tal punto che diviene più importante essere perfetti esteticamente che non interiormente, e che si può far di tutto per esserlo.

Il motto di Lugo “soffri e cresci”, che per tutto il film riecheggia e che la traduzione italiana ha sottovalutato, sembra ricordare che la società americana odierna non aiuti in egual modo tutti cittadini, molti dei quali sono ridotti allo sbando. E chi lo dovrebbe fare non lo fa anzi, abbiamo preti maniaci sessuali, polizia che non interviene, notai e bancari che fanno passare qualsiasi assurdità se hanno un torna conto, persone che si sentono in dovere di ostentare e umiliare (come fa Kershaw) i più deboli. Insomma un’America che fagocita se stessa senza trovare mai pace.

Bay ci mostra dei pazzi che, alla fine, pagheranno le loro atroci colpe, ma anche un sistema assolutamente assente e titubante, salvato solo dal vecchio detective che, mosso dal suo spirito di giustizia, interviene. Forse che questa figura sia un monito e un’esortazione a trovare negli anziani la giusta via?

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E’ sembra incredibile che Michael Bay, maestro dell’estetica fine a se stessa (basti pensare a Trasformer), in questo film mette alla gogna l’estetica stessa come prima causa di tutto il male. Concetto espresso sempre a modo suo, come si può notare nella scena della lite prima dell’omicidio del re del porno.

Vari sono gli elementi che Bay introduce nel film per denigrare l’estetica e il sogno Americano, che lui ha spesso esaltato. I protagonisti ne sono un perfetto esempio: Paul (Dwayne Johnson), che per questo film ha messo su altri otto chili di muscoli, è in perenne conflitto tra materialismo e spiritualismo e solo la prigione lo salverà dall’autodistruzione; Adrian ( Anthony Mackie), innamorato del suo divenire il body builder perfetto, diverrà impotente a causa degli steroidi, innamorandosi, successivamente, della corpulenta infermiera Robin (Rebel Wilson), che di certo non è una modella, portando alla considerazione che i sentimenti vincono sull’estetica; e, infine, la modella Bar Paly, che rappresenta la massima esaltazione della superficialità e della stupidità legata alla bellezza.

Ebbene, tutto questo lo troviamo in un film di Micahel Bay.
Accanto a un’ottima regia e sceneggiatura abbiamo un cast molto performante.
Mark Walbergh esprime perfettamente la stupidità di Lugo, ideatore delle azioni criminose.
Uomo senza nessuna abilità, organizza colpi come se fosse un dei suoi eroi di fantasia. Impartisce ordini sconclusionati come un leader senza esserlo. Ma ciò che più impressiona del suo personaggio è che riesce a trovare accoliti, vuoi per interessi personali o per stupidità, e questo la dice lunga sulla società americana e i suoi falsi idoli. Lugo incarna la vanità del sogno americano in mano a gente mediocre e senza spessore.

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A lui gli si oppongono Victor Kershaw (Tony Shalhoub) che, a differenza di Lugo, ha realizzato il suo sogno americano, ma ha solo aggirato le regole (conto alle Bahamas), non le ha infrante.

Il Detective (Ed Harris) che potrebbe rappresentare quello spirito dell’America ormai perduto, che però alla fine torna sempre per salvare, o quanto meno tentare di salvare, l’America stessa e i suoi ideali. Sicuramente il detective è il personaggio cardine di Bay, a cui il regista affida la speranza di un’America migliore. Fa riflettere, però, che non è un giovane aitante a esprimere la speranza, bensì l’anziano e tutt’altro che aitante Ed Harris. Giusta o sbagliata che sia, Bay, esprime questa sua idea con tranquillità e senza mai strafare.

Il film, pur non avendo un ritmo adrenalinico (per fortuna), ha un ottimo montaggio e spesso mostra violentissime scene, come l’ eliminazione delle “impronte digitali”. Queste scene, pur essendo truculente, spesso portano lo spettatore a ridere, a causa dell’inettitudine dei tre criminali, quasi come se Bay ci ricordasse che il “fare a pezzi”, smembrare o uccidere non è facile come molti film, splatter o thriller, ci hanno ormai abituato, ma è qualcosa di davvero scioccante, anche se gli esseri umani, seppur malamente, lo riescono a fare.

Ricordandoci sempre che questo non è un film di fantasia, bensì una storia tristemente vera.
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