The Hateful Eight – La Recensione in Anteprima!

senza spoiler!

Un western claustrofobico difficile da digerire

 

  “Io ero una di quelle che lassù chiamano dannata

donna. Già dannata capisce? Così non è stata una

gran sorpresa.”

Il personaggio di Ines in “A porte chiuse” di Jean-Paul Sartre.

 

 

Uno spietato cacciatore di taglie, un ex schiavo negro, un taciturno cowboy, un messicano di nome Bob, un vecchio generale del sud, un sedicente boia inglese, un aspirante sceriffo dalla risata cavallina, e una laida assassina di nome Daisy Domergue. Non manca più nessuno, solo non si vede Il Buono. Già, perché in Hateful Eight, il film più personale e tecnicamente ambizioso di Tarantino, di buoni non ne troverete neanche per sbaglio.

Questa potrebbe anche essere una premessa interessante se non fosse che gli otto super cattivi di Tarantino finiscono per risultare maschere caricaturali incastrate in un verboso Cluedo in versione splatter.

Il rosso scarlatto del sangue e il bianco purissimo della neve sono i colori predominanti del film, ma non si mischiano mai, perché tutta l’azione si concentra all’interno di un emporio sperduto tra le montagne del Wyoming. I personaggi che qui cercano riparo dalla tempesta, troveranno invece la propria condanna. Uno spaghetti western atipico su tutti i fronti, piuttosto una lunga e faticosa partita a scacchi dove si gioca tutti contro tutti e le identità sono continuamente messe in dubbio.

La visione di Hateful Eight in effetti solleva fin dalle prime inquadrature molte domande: perché quel Cristo crocifisso coperto dalla neve? Perché la donna è una bagascia da pestare ogni volta che apre bocca? Perché un negro dovrebbe essere amico di pennino di Abramo Lincoln? Perché tutti odiano i messicani? Ma soprattutto: perché non la smettono di parlare?!?

Ma ben presto capiremo che è inutile farsi domande, qui Tarantino si sta solo divertendo come un matto a mettere in scena cinque film in uno, come afferma lui stesso: “ visto che so già che non riuscirò a fare tutti i film che vorrei, in quelli che realizzo ne metto cinque diversi insieme.”

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La mescolanza di generi cara al postmoderno, qui si traduce purtroppo in un minestrone indigesto. L’impressione è che il nostro abbia davvero voluto metterci tutti gli ingredienti che aveva sottomano, senza pensare che il troppo stroppia, e forse sono più efficaci poche parole, ma chiare, piuttosto che tante e confuse.

Da questo punto di vista il logorroico Hateful Eight vede il suo speculare ideale in Revenant, sempre un simil western ambientato in un gelido inverno del nord America, ma con una regia elegantissima e di ampio respiro, che alle parole preferisce il corpo a corpo dell’uomo con la natura. Natura che come si è detto in Hateful Eight rimane all’esterno della vicenda, e che si può ricondurre ad un unico fenomeno climatico: la tormenta che imperversa e ricopre tutto di una coltre innevata.

Curioso, che in tempi di surriscaldamento globale sia Inarritu che Tarantino abbiano voluto esporsi alle intemperie del gelo. Forse perché come fa dire Tarantino a uno dei suoi otto: “Un uomo farebbe qualsiasi cosa pur di avere una coperta”. O una bella tazza di caffè nero…

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Peccato che le promesse in Hateful Eight vengano continuamente tradite, prendendo a prestito le parole di Walton Goggins: “È una storia di bugiardi e bugie. Una storia sulla claustrofobia e sulle cose che non vengono mai realizzate”. Tutto il contrario di Revenant dove i personaggi mostrano schiettamente le proprie intenzioni, e la vendetta trova il suo compimento.

Continuando il gioco dei paragoni è divertente fare un confronto con un altro film uscito da poco nelle nostre sale: The Pills, sempre meglio che lavorare. Dove qui troviamo tre giovani romani bontemponi, seduti al tavolo della cucina a bere caffè, mentre escogitano nuovi modi per NON lavorare; In Hateful Eight (da ora H.E.) i bontemponi sono otto, che bloccati in un emporio a causa di una tempesta di neve – a Roma sarebbe bastata un po’ di pioggia – bevono generose tazze di caffè bollente mentre si studiano l’un l’altro cercando di ammazzarsi. I primi ogni tanto riescono a strapparci una risata, gli Odiosi Otto invece ci hanno fatto fare più di uno sbadiglio.

Certo, siamo in un film di Tarantino e quindi sangue e spari sono assicurati, ma possono bastare a riempire una trama di più di tre ore, per due terzi ambientata in un’unica stanza? Forse no, ma i cinefili possono pur sempre dilettarsi con l’audace costruzione delle inquadrature, che complice la scelta di girare il film in pellicola 70mm, il doppio rispetto ai canonici 35mm, permette di ottenere una maggiore profondità di campo, che in esterno offre immagini di rara bellezza. Peccato che H.E. come già annunciato, sia girato prevalentemente in interni, peccato che le sale attrezzate a proiettare in Panavision si contino sulle dita di una mano, peccato che Tarantino si sia dimenticato che non basta essere Tarantino per fare capolavori. Insomma, sembra che il Nostro, giunto al suo ottavo film, (che preme a sottolineare in apertura) abbia deciso di prendersi qualche libertà di troppo, portando al limite la capacità di sopportazione del pubblico, con dialoghi infiniti e personaggi appiattiti nell’odio reciproco.

Ma non riconoscere merito alla straordinaria interpretazione del cast sarebbe un grosso errore. Veri animali da palcoscenico i due cacciatori di taglie John Ruth – Kurt Russell – e il Magg. Marquis Warren – un istrionico Samuel L. Jackson-. Nomination agli oscar per Jennifer Jason Leigh, che alla sua prima collaborazione con Tarantino, conquista lo schermo con gli impressionanti primi piani del suo volto sfatto dal sangue, eppure con sempre impresso un ghigno sarcastico, luciferino, che spesso esplode in una risata sguaiata, per nulla vittima del suo aguzzino, ma una donna che come tutti non si fa scrupoli a mentire e a uccidere.

Tarantino misogino? Proprio per niente! La cosa bella è che la violenza è distribuita in modo equanime, non c’è una categoria discriminata più di altre, perché a essere spacciato è l’Essere Umano in quanto tale. In una visione che affonda le sue premesse nel teatro dell’assurdo, e ne celebra la famosa frase di Sartre: “L’inferno sono gli altri”. Gli altri che fungono da specchio della nostra natura meschina, gli altri che da noi si aspettano la confessione che metterà fine a ogni tortura.

“Fino a che ognuno di noi non avrà confessato perché lo hanno condannato, non sapremo niente.   Comincia   tu,   bionda.   Perché? Raccontaci  il  perché:  la tua sincerità potrà scongiurare   qualche   catastrofe;   quando conosceremo   i   mostri   che   sono   in   noi… Forza; perché?”

(A porte chiuse, Jean-Paul Sartre)

In Hateful Eight non c’è confessione perché non c’è salvezza. I mostri restano ben nascosti dentro ogni uomo; ed è inutile farsi domande Bellezza, questo è cinema, questo è Tarantino nelle sue vesti più ciniche e disincantate.

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