Batman v Superman: la recensione in anteprima (no spoiler)

Cosa ci hai portato a fare sopra a Metropolis se non ci vuoi più bene?

Vogliamo parlare di Batman contro Superman?

Facciamolo pure, ma con un opportuno disclaimer iniziale. Si tratta di un argomento delicato. Di una china dalla quale è facile scivolare in un inferno di polemiche sui social, di logge massoniche, di esegeti e di talebani dediti al culto degli uomini in calzamaglia.

Parlare di Supes e Bats vuol dire inoltrarsi negli archetipi su cui si regge la narrativa popolare contemporanea. I due non sono più solo dei personaggi, sono ormai assunti a funzioni narrative. Sono monumenti cavi, in cui i loro autori (sceneggiatori, disegnatori, cineasti che siano) sono di volta in volta chiamati a infondere il soffio della vita, secondo il proprio talento e la propria visione del mondo.

Per questo parlare di loro vuol dire varcare la soglia di un labirinto degli specchi. Chi può dire quali siano i veri Superman e Batman? Clark Kent è il Kal-El amletico di Mark Waid (“Kingdom Come”) o quello messianico di Alan Moore (“Whatever Happened to the Man of Tomorrow?”)? Bruce Wayne è un James Bond un po’ schizzato o il fascista zen di Frank Miller? Qual è il vero volto dell’ultimo figlio di Kripton: quello di Christopher Reeve, di Tom Welling, o di Henry Cavill? Chi si cela sotto la maschera dell’Uomo Pipistrello, Christian Bale o Micheal Keaton?

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A ben guardare le loro figure si moltiplicano ancora, all’infinito come i riflessi di un prisma, perché ciascuno di noi conserva nel cuore un’immagine personale dei più grandi eroi della Terra, così intimamente intrecciata al suo vissuto e ai suoi ricordi infantili da impedirgli di metterla in discussione senza scomodare il caps lock e percuotersi fieramente il petto.

Per questo, quando sono entrato nella sala riservata alla proiezione dell’ultima fatica di Zack “Watchmen” Snyder, “Batman v Superman: Dawn of Justice”, ero armato di un secchio gigante di popcorn e delle migliori intenzioni. Sapevo che in quel buio ovattato tutto sarebbe potuto accadere: ero pronto ad affrontare giustizieri implacabili o boyscout sotto steroidi, teoreti della paternale o psicopatici in pigiama.

Ma ciò che non potevo immaginare, se non nei miei incubi peggiori, è che entrando nella casa degli specchi l’avrei trovata vuota.

Eppure è stato così, ragazzi, aggrappatevi alle vostre statuette in similplastica e reggetevi forte! Quello che ci è stato appioppato questa volta è un videoclip a basso budget della durata di quasi tre ore, con una CGI da Playstation 2, una trama fragile come le caviglie di Lois Lane e nemmeno uno straccio di visione di insieme.

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E la colpa è di Zack Snyder, un uomo le cui saltuarie intuizioni estetiche hanno superato di gran lunga le sue capacità di gestire un arco narrativo, di indagare le motivazioni dei personaggi, di montare delle sequenze d’azione come un normodotato. In fondo dovevamo aspettarci un tiro del genere dal regista che è stato capace di trasformare il Dottor Manhattan in un omone blu con l’aria un po’ spaesata.

In questo film non c’è traccia del detective hard-boiled che è il Batman migliore (quello di Brian Azzarello, secondo me), tormentato da un trauma infantile irrisolto che ne mina irrimediabilmente la psiche. Del “Ritorno del Cavaliere Oscuro” è rimasto appena il costume con le orecchiette corte da pitbull.  Dietro la S disegnata sul torace troviamo soltanto i pettorali del povero Henry Cavill, non certo la Verità, la Giustizia, e il Sogno Americano.

E quindi cosa succede, se privi i guerrieri dei topos che incarnano, se ne stravolgi le premesse limitandoti a ostentarne l’iconografia (la Batmobile, la fattoria in Kansas, la caverna segreta) con l’ignoranza tipica dei primi della classe? Che cosa resta se li prosciughi dell’Idea, se ne ossequi formalmente la leggenda, per tradirla poi nella sostanza?

Succede che non resta nulla se non un profondo imbarazzo, mentre ci si aggira sconsolati tra le macerie della sospensione dell’incredulità. Succede che si è costretti ad assistere alla pantomima di Ben Affleck che cerca di essere l’eroe di cui la sua carriera ha bisogno, nello strenuo tentativo di diventare il Robert Downey Jr. del DC Universe. Succede che ti annoi a morte, sullo sfondo di un loffio intrigo politico di cui non importa niente a nessuno.

Tutto ciò non sembra però turbare il regista. Per lui il mantello rosso non è un richiamo alla tradizione dei paladini di cappa e spada, è solo una macchia di colore nel cielo. Il mantello nero non è uno strumento mistico attraverso il quale fondersi alla notte, è un gadget intercambiabile come i completini di Big Jim (Batman Missione Deserto! Batman Safari! Batman Corazza D’Acciaio!). Ma se togli il Simbolo dal mantello, colui che lo indossa non è un supereroe, è solo un tizio vestito da cretino.

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E allora che senso ha, Zachary Edward Snyder? Perché tutto questo? Cosa ci hai portato a fare in volo sopra Metropolis se non ci vuoi più bene?

Io ti capisco, Zack, e lo fanno anche i nostri lettori. La colpa non è tutta tua, e nemmeno la maggior parte. Perché questi film non sono mica i fumetti, in cui ci si può permettere di perseguire allo stesso tempo megacrossover sfasciaedicole e audaci esperimenti autoriali. Questi film non si possono sbagliare, perché questi film non sono film, sono colossali spot pubblicitari per gli zainetti, per le action figures, per i cereali, per la nuova Jeep Renegade Dawn of Justice Special Edition.

Nel mondo dei cinecomics non c’è spazio per il labirinto degli specchi. Non potevi dare una tua interpretazione degli eroi protagonisti, perché questo avrebbe comportato per forza scontentare qualcuno, e non incassare il suo biglietto.

Superman e Batman dovevano quindi essere ridotti a viva forza a delle macchiette innocue. Ci avevate promesso per mesi lo scontro finale tra il Dio e l’Uomo, ma avete potuto darci soltanto manichini che cambiano personalità ed intenti da un momento all’altro, in base alle esigenze di trama. Questo perché i produttori tengono famiglia, e ora come ora i film sui supereroi sono il palo che tiene su l’intero tendone.

Purtroppo riuscire ad accontentare tutti è un dono di pochi, Zack: le strizzatine d’occhio e i tentativi di easter egg non bastano a renderti J.J. Abrams.  Per questo il tuo nuovo film delude e deluderà, come aveva già fatto il suo predecessore, “Man of Steel”. E nonostante questo, nel 2017 saremo di nuovo tutti magicamente in fila per il film sulla Justice League, mesmerizzati dal marketing martellante, consapevoli in fondo di non essere altro che gli involontari testimoni di un nuovo ineffabile amplesso tra te e i tuoi sponsor.

***

Bonus Track: ma dunque, di questo “Batman v Superman” non resta davvero nulla di buono? Non disperate, qualcosa resta. Nello specifico, Jesse Eisenberg si inventa dal nulla un Lex Luthor/Joker/Mark Zuckerberg, che inspiegabilmente funziona e si mangia cruda ogni scena in cui compare. In mezzo a questa sagra del niente, c’è uno stralunato antagonista bibliofilo e dislessico, un millennial narcisista che ordisce trame sconclusionate e cita Nabokov senza motivo. Fateci una serie su Netflix, fate dirigere il pilot a David Lynch, convincetevi una buona volta che i fumetti sono una cosa seria. E incominciamo a farci del male, ma a farcelo bene.

 

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