Trainspotting 2 – La recensione del film.

20 anni dopo...

Trainspotting 2: quando la retromania si perde nella spirale della nostalgia

 

L’attesa per il secondo episodio di Trainspotting non è stata del tutto delusa, anzi.
Per gli appassionati della prima ora della prima pellicola, questo secondo film è un tuffo carpiato all’indietro nel mare dei ricordi.
Trainspotting dal 1996, suo anno di uscita, è sempre stato molto più di un “semplice film”, vero e proprio manifesto di un disagio generazionale, quando più e quando meno.

Questo secondo episodio obbliga a guardarsi allo specchio, a mettere da parte almeno per due ore la mania di protagonismo che i social network ci stanno inculcando giorno dopo giorno e a riconoscerci in un riflesso distorto al quale non vorremmo mai ammettere di riconoscere la nostra somiglianza.
Eppure dobbiamo farci i conti, così come fanno i conti con il presente, ma soprattutto con il passato, i protagonisti di questa storia: sono passati vent’anni, ma mentre “il mondo cambia, noi no”, come dice Begbie al figlio e loro non sono cambiati di una virgola.

Mark ritorna in città e all’inizio non ci pare vero, ma sembra cambiato sul serio.
Sick Boy e Spud sono sempre i soliti, così come lo è Begbie, che però è l’unico che troviamo in prigione.

In questo film tutto ruota attorno a una figura femminile nuova che, pur essendo la più giovane e quindi quella che meno di tutti comprende i riferimenti al passato in cui si crogiolano i vari protagonisti, non smentisce la tradizione e continua a far sì che si continui a ripetere “prima c’è un’occasione, poi un tradimento”.
Danny Boyle torna dietro la camera per un film che è il manifesto dei “twentysomething” di venti anni fa, ma che può essere facilmente il manifesto di qualsiasi generazione non si senta correttamente rappresentata dal mondo che la circonda.
Manifesto di chiunque si senta fuori dal coro ma non abbia abbastanza voce per interrompere la finta armonia che pervade l’aria.
Manifesto di quelli che vengono chiamati “spostati”, “problematici”, “senza speranze”… o più semplicemente di tutti coloro che hanno dei conti in sospeso con se stessi o con il mondo.

Se “Trainspotting” è stato inserito al decimo posto dal British Film Institute nella lista dei migliori cento film britannici del XX secolo il motivo è ben chiaro a tutti, ma c’è da dire che anche questo secondo “episodio” sa come difendersi e, soprattutto, come ferire.

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