Logan – The Wolverine, la recensione senza spoiler.

Al cinema l'ultima avventura Logan

Logan – The Wolverine è un film con una identità non ben definita. È uno di quei film dai quali puoi aspettarti qualsiasi cosa e scopri solo in sala e alla fine del film di che si tratta. È uno di quei film che non ti fanno respirare fino a quando sono i titoli di coda a scorrere.

Logan, il cui soggetto e sceneggiatura sono di James Mangold, così come la regia, è ambientato nel 2029 e racconta di un futuro in cui non nascono più mutanti. Logan sta invecchiando e Xavier ha una malattia che non gli permette di essere lucido e di poter usare regolarmente i suoi poteri. Una nuova speranza, per il genere mutante, sembra essere in circolazione…

James Mangold, furbamente, si lascia alle spalle tutta la filmografia degli X-Men e dello stesso Wolverine. Qui è tutta un’altra storia. Mette in scena un road movie drammatico in un futuro distopico unendo delle scene alla “Mad Max” con immagini estremamente violente.

Dopo il successo di Deadpool la Fox e Hugh Jackman erano d’accordo nel realizzare un film a basso budget puntando sulla violenza che molti fan hanno sempre chiesto e preteso da un personaggio come Wolverine. L’operazione da questo punto di vista è ben riuscita anche se si denota una mancanza di budget per la realizzazione dei cattivi del film, ovvero i membri dei Reavers che sono a corto di parti meccaniche.

La bravura di James Mangold è stata quella di portare con i piedi per terra un cinecomics. Si vive nella sabbia, sporchi, malconci e senza fantastiche tute tirate a lucido. Logan è sofferente per tutto il film, è ammalato e combatte con se stesso tra la vita e la morte. È un susseguirsi di prove da superare, mentali e fisiche. Il personaggio, interpretato da Hugh Jackman, si trascina drammaticamente per tutta la durata del film riuscendo a coinvolgere lo spettatore nella sua sofferenza, creando empatia e un dispiacere costante in chi segue il film.

Continuando il paragone con Mad Max, Logan ha una marcia in più proprio nell’aspetto drammatico e nel messaggio di Mangold che continua, in maniera subliminale, a comunicarci che la vita non è super. Che il supereroe, prima di essere tale è un uomo. Il regista ci mostra ripetutamente dei fumetti e le sue colorate immagini, dove i personaggi compiono gesta eroiche, vincono e hanno delle tute bellissime. La vita è diversa e questo ci porta drasticamente con i piedi per terra, dove ci sporchiamo e sanguiniamo ogni giorno. La scelta di rivelare l’età di Xavier ha lo stesso scopo, i suoi deliri e il suo ricordare il passato.

La scelta del nemico è quanto mai indicativa su questa linea. Il dottore e i Reavers fanno il loro lavoro, non hanno nessun piano per conquistare il mondo o per porre fine alla vita sul pianeta terra. Lavoro per il loro futuro e sono cinici e spietati.

Logan riesce quindi a destabilizzare il genere dei cinecomics, lontano dai colori del Marvel Universe o dalle risate di Deadpool. Dimostra che con una storia profonda e ragionata si può fare del grande cinema senza grandi budget.
Hugh Jackman nella sua ultima interpretazione del personaggio è magnifico e meriterebbe una nomination agli Oscar.

Logan è un brivido lungo la schiena che deve essere assimilato. È una lacrima sul viso che difficilmente si asciuga.

 

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