Ghost in the shell – la recensione in anteprima!

siamo stati nel futuro...

Ghost in the shell da domani al cinema, ecco la nostra recensione in anteprima del film con Scarlett Johansson.

Ambientato in un futuro non troppo lontano (XXI secolo), Ghost in the shell, è tratto dall’omonimo manga di Masamune Shirow e può considerarsi un thriller poliziesco fantascientifico, che segue le vicende dell’agente Motoko Kusanagi e della Sezione di Sicurezza Pubblica numero 9, altrimenti conosciuta come “Sezione 9”. Questa unità è specializzata nella risoluzione di crimini legati all’informatica e alla tecnologia, che avvengono nel mondo e l’agente speciale Major, un ibrido tra cyborg e umano, ne è alla guida.

Grazie alle sue capacità fuori dal comune, Major è in grado di scovare e affrontare una nuova minaccia, un nemico capace di insinuarsi nelle menti cibernetiche ed assumerne completamente il controllo. Difatti, in questo universo, la maggior parte degli uomini sono collegati alla rete, a cui possono accedere non soltanto tramite terminali, ma soprattutto attraverso impianti installati nel loro stesso cervello. Sono infatti in grado di utilizzare la propria memoria con la stessa elasticità di un computer, cancellare eventi, sovrascriverli e immagazzinare libri, con una facilità sorprendente. Molti sono gli esemplari cyborg, esseri in parte organici in parte robotici, ciò che differenzia un cyborg integrale da un robot è sì la presenza di un cervello umano, ma soprattutto di un ghost, un’anima, qualcosa che gli permette di “sentire” sensazioni.

Il ghost è l’istinto non previsto dai calcoli, e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. È l’identità umana e l’unicità di se stessi… e quando Kusanagi e i suoi colleghi devono affrontare minacce esterne, soffrono profondi conflitti interni.

 

 

 

 

 

Uno dei principali fili conduttori del film è proprio questo: cosa succede se le intelligenze artificiali si evolvono a tal punto di rivendicare esse stesse il diritto di essere umane?

Tutto questo porta a proporre oltre a racconti di azione e investigazione, anche notevoli problemi etici e religiosi.

Nello scrivere questo e altri manga, Masamune Shirow vorrebbe dimostrare che l’anima potrebbe essere un software e che la biologia sarebbe solo una forma di tecnologia particolarmente complessa, evidenziando tutti i problemi che possono sorgere dalla fusione tra umanità e tecnologia, ritenendo che la condizione fisica del cervello sia l’origine della mente umana. Egli sostiene che il cervello è solo una parte dell’intera “rete neurale”; quindi se un organo viene rimosso da un corpo, il suo ghost svanirà, a meno che lo stimolo dell’esistenza dell’organo non venga riprodotto in modo completamente realistico, da una determinata sostituzione meccanica.
Motoko Kusanagi, agente, in un corpo interamente cibernetico, ha un’anima, il ghost del titolo, che cova sotto la corazza (shell) ed è la causa del suo disagio.

Scarlett Johansson in Ghost in the Shell

Ghost in the shell, non contempla la lotta della carne contro l’acciaio ma interroga e comprende; è la storia di un incontro tra due esseri singolari e il dialogo filosofico tra due aspetti incompleti dell’umanità che tendono a completarsi e la consapevolezza di come un corpo sia sentito come la prigione per lo sviluppo spirituale dell’individuo. Si interroga sulla distinzione tra natura e artificio, spirito e corpo, organismo e macchina.

Nel film, la tecnologia è considerata né amica, né ostile, ma diviene piuttosto, uno spazio dal quale ripartire per rimettere in discussione la propria identità. Difatti l’anima viene definita come l’elemento differenziatore di un essere umano da un robot, indifferentemente da quanto materiale biologico venga rimpiazzato. Nella pellicola si riproducono completamente gli stimoli di tutti gli organi, compresi quelli interni, per conservare il suo ghost.

È Ruppert Sanders, il regista inglese di Biancaneve e il cacciatore, a dare una nuova vita cinematografica a questa saga di fantascienza che conta milioni di appassionati in tutto il mondo.


Scarlett Johansson, nel ruolo di Mokoto, ha dato vita ad un personaggio molto discusso, in quanto nel manga è di origine asiatica, ma è stata strenuamente difesa da Manoru Oshaii, regista del primo adattamento cinematografico di Ghost in the shall. Ha anche difeso la libertà di produrre qualcosa di diverso rispetto al suo lavoro originale; la pellicola è un remake di anime e non dovrebbe necessariamente essere fedele al film animato. Il giusto timore degli appassionati è che questo remake finisca col distruggere un mito con un lavoro mediocre, è forse questa paura può essere fondata, nonostante i molteplici effetti speciali e l’interpretazione della protagonista.

L’attrice ci appare molto sensuale quando indossa la tuta mimetica color carne che le permette di apparire e scomparire nel momento giusto e come lei stessa ha affermato in un intervista: “essere in grado di interpretare quei tre lati: l’ego, il super-ego e l’io… è stato particolarmente allettante”. Infatti, trasmettere allo spettatore  tutte queste sfaccettature di una complessa e sensibile personalità, richiede un impegno notevole che a volte non si evince, ma il film va giudicato per quello che è non per quello che vorremmo che fosse, ovviamente comprendendo gli affezionati di questo manga.

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