Butterfly, la recensione in anteprima del documentario italiano

Un film singolare, dove i protagonisti delle vicende impersonano se stessi
Butterfly
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Butterfly, un film singolare, dove i protagonisti delle vicende impersonano se stessi

Butterfly, il film diretto da Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman, racconta di Irma che a soli 18 anni è già una campionessa di boxe con grandi aspettative: la prima donna nella sua specializzazione a qualificarsi e partecipare alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016. In poco tempo la ragazza diventa una notizia, una immagine confezionata dai media che la decanta all’inverosimile, ma Irma, invece, torna in Italia senza una medaglia, con una delusione troppo grande, che le fa crollare tutte le certezze accumulare durante il suo percorso sportivo. In lei si insinua il dubbio se tutto ciò abbia un senso e se ne valga la pena e sia giusto rinunciare alla propria gioventù per raggiungere tali obiettivi.

Nel titolo Butterfly è racchiuso il significato del film: Irma, la protagonista, come affermato nella Conferenza Stampa, da bozzolo si trasforma in farfalla, da ragazzina a donna che in un momento di crisi e difficoltà, comprende che la fortuna, non è la ricchezza, ma ciò che si ha interiormente, la determinazione e la volontà devono essere delle icone per i giovani e credere nei propri sogni, un punto di riferimento.
È difficile individuare come andare avanti, come rappresentare cinematograficamente una tale storia, dove la telecamera si muove quasi addosso ai protagonisti che interpretano sé stessi con grande naturalezza. Pur non essendo attori navigati, afferma il regista, la loro è una prova notevole, dalla quale traspare il grande amore per ciò che fanno e il grande desiderio di rappresentarsi con sincerità, riuscendo a trasmettere allo spettatore affanni ed emozioni. Attraverso lo sguardo della telecamera si comprende come la vita di uno sportivo non sia affatto semplice: dall’entusiasmo iniziale, accompagnato dalle aspettative che crescono, le tensioni sono tante e difficili da gestire, soprattutto per una ragazzina divisa tra la passione sportiva e il desiderio di vivere appieno la propria giovinezza e gli affetti più cari.

È difficile parlare di una sconfitta, ma Irma Testa, lo fa con molta naturalezza, presentandola come una speranza nel futuro, un non abbattersi e cercare varie prospettive tra le quali trovare la propria strada.
Come quando, racconta ancora la protagonista, il ring, le stava stretto, si sentiva “alle corde” e l’unico modo per superare questo handicap era quello di cercare varie alternative riuscendo alla fine a trovare la propria strada.
Il mach decisivo per la sua carriera è filtrato dagli occhi dell’allenatore Lucio di 78 anni, unica figura paterna nella vita di Irma, che conosce meglio di altri, la natura distruttiva delle aspettative nei confronti della giovane campionessa. In questo modo quella a cui si assiste è la semplice storia di un’adolescente che, come tante altre, è in cerca di una propria strada.

Ma è notorio quanto sia importante nella vita di un pugile la presenza fisica e psicologica di un allenatore: ce lo insegnano sia Million Dollar Baby che Rocky.

Conclusioni

Butterfly è sicuramente un film solare, piacevole, un modo insolito di raccontare una storia che crea la speranza, dove lo sport è rappresentato positivamente, che va oltre al racconto di una sconfitta, in perfetto equilibrio tra intrattenimento e riflessione.

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