Pet Sematary, alla ricerca del tuo lato oscuro: Recensione in anteprima

dal 9 maggio al cinema

Pet Sematary riporta in vita il cimitero vivente di Stephen King

Pet Sematary, diretto da Kevin Kölsch e Dennis Widmyer è basato sul romanzo horror “Cimitero vivente” di Stephen King e narra le vicende del Dr. Louis Creed (Jason Clarke), che lasciata Boston, si trasferisce con la moglie Rachel (Amy Seimetz) e i loro due figli in una località rurale del Maine. Accanto alla sua nuova casa si trova un misterioso cimitero, da tutti ritenuto stregato, dove vengono sepolti gli animali ed è proprio qui che viene seppellito il gatto di casa, investito da un camion. La notte seguente infatti, il gatto ritorna, trasformato in malevola creatura.

Panoramica su Pet Sematary

Remake di “Cimitero vivente”, diretto da Mary Lambert nel 1989, è un film che riesce a terrorizzare oggi come allora, soprattutto per l’argomento che tratta, ovvero la difficoltà dell’essere umano di accettare la morte di un suo caro.

Pet Sematary, seconda versione cinematografica del romanzo omonimo di Stephen King, non è un rifacimento pedissequo della precedente pellicola, ma al contrario, una nuova versione con un diverso approccio della storia, con quel tanto di cambiamenti da rendere interessante la vicenda senza snaturarla, soprattutto in relazione al libro.

“So cosa pensi di fare, ma nessuno ritorna come prima…”

Affrontando temi importanti e delicati come la morte e la scelta sul quanto sia lecito o meno superare determinati confini, l’amara scoperta è sempre che, ciò che è morto, è bene che resti tale. Intrecciando orrore e sentimenti, Stephen King, Kevin Kölsch e Dennis Widmyer, riescono a rendere bene il dramma di una morte prematura e il desiderio di far tornare indietro chi non c’è più.

Cosa è cambiato rispetto alla precedente pellicola?

La versione attuale è sicuramente meno spensierata e più cupa rispetto alla precedente in quanto riflette una contemporaneità ben più sinistra degli anni ’80. La piccola processione di bambini che seppelliscono il proprio animale domestico, dimostra che lo spettatore si aspetta che venga rispettata la fonte letteraria. Troppo spesso i romanzi di Stephen King sono stati adattati sfruttando unicamente il coefficiente “spaventoso” senza badare alla sostanza del messaggio, che è proprio nell’amara riflessione dell’ineluttabilità della morte, in questo caso, il vero potere sinistro del suo libro. I “mostri” fanno paura fino a un certo punto, non altrettanto riconoscere dentro si sé lati oscuri non aspettati, ciò fa venire veramente i brividi, quel “quid” perturbante e inequivocabile, che rende i romanzi dello scrittore così iconici.

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