Underwater – La recensione in anteprima

“Da 1 a 10, quanto siamo messi male?” – “Dieci!”

Underwater – La recensione in anteprima
“Da 1 a 10, quanto siamo messi male?” – “Dieci!”

In fondo all’oceano un gruppo di scienziati sta lavorando in una base sperimentale di perforazione quando vengono travolti da un terremoto che li porterà a fare delle scelte estreme per sopravvivere. Costretti a raggiungere una piattaforma dismessa fornita di capsule ‘di salvataggio’, chiusi ognuno nel proprio scafandro, il team avanza verso l’obiettivo ma si dovrà presto accorgere di non essere soli: gli abissi sono infestati da un’armata di mostri marini, che nascosti nell’ombra rappresentano un vischioso enigma che non tarderà a rivelarsi.

Soggetto e sceneggiatura di questo thriller fantascientifico sono firmati da Brian Duffield, mentre alla regia c’è William Eubank, noto per aver diretto nel 2014 un altro thriller intitolato The Signal.
Underwater parte dall’idea di sopravvivere a un’escursione in fondo all’oceano senza dover inventare nulla di nuovo, anzi, una delle cose che colpiscono è che a volte non è solo il buio, ma anche l’opacità dell’acqua, i residui che vi galleggiano e le volute sfocature che vorrebbero rendere misterioso l’ambiente che circonda i protagonisti.

Il regista porta avanti il racconto a colpi di jumpscare, (tecnica usata nei videogiochi horror per spaventare lo spettatore con un evento improvviso o inaspettato) impiegato fino alla noia, accompagnato da angosce ecologiche (la trivellazione dei fondi marini), nozioni di psicologia (gli scienziati che provano ad annegare il loro lutto nel mare), epilogo femminista (l’indispensabile conquista della consapevolezza delle proprie scelte).
L’ennesimo remake di Alien è stavolta ambientato nel nero e melmoso oceano, uno spazio buio affondato a 10.000 metri di profondità, difatti stare in fondo al mare è un po’ come stare nello spazio profondo.
Underwater ci immerge in una mostruosità convenzionale che sbrana il destino dei protagonisti dove contro la paura il solo potere è il sentimentalismo. Kristen Stewart, la protagonista, si impone come eroina vigorosa ed umana che lotta per la sopravvivenza degli altri.

A trionfare è l’amore anche se, in un futuro che non promette nulla di buono per l’umanità e dove alla fine ciò che si apprezza maggiormente di questo film è il pregio di durare poco e che non prova assolutamente ad essere qualcosa che non è. I riferimenti a Alien sono tanti ed evidenti, stavolta l’elemento in più è l’ambientazione sottomarina che essendo una delle meno esplorate normalmente è più sfruttata per film catastrofici. E poi ci sono i mostri, anche quelli, prima di rivelarsi, si vedono poco e male, vorrebbero creare suspence?
In Underwater comunque non c’è solo Alien, vari sono i riferimenti, da Creatura degli Abissi, a Atmosfera zero, sempre con spirito molto artigiano, senza troppi fronzoli dove l’argomento delle trivelle che violentano il fondo marino, rimane sempre e solo trama del film, mai messaggio!

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