L’uomo nell’Alto Castello – Recensione approfondita della serie

L’uomo nell’alto castello, tratta dal romanzo omonimo (da noi tradotto con “La Svastica sul Sole”) di Philip K. Dick,  prodotta da Ridley Scott per Amazon Studios, potrebbe avere come...

Uomo nell'alto castello
L’uomo nell’alto castello, tratta dal romanzo omonimo (da noi tradotto con “La Svastica sul Sole”) di Philip K. Dick,  prodotta da Ridley Scott per Amazon Studios, potrebbe avere come sottotitolo “potrei ma non voglio…”

Infatti la base per fare qualcosa di indimenticabile c’era ma si è pensato bene di perdere tempo con il ripetersi delle stesse situazioni, per quattro stagioni, con cicli e ricicli, con il prendere un po’ troppo da 1984 di George Orwell e Fringe di JJ Abrams, oltre che un pizzico di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo di Steven Spielberg.

Vi avviso che da qui in avanti ci saranno pesanti SPOILER.

 Cominciamo dai pochi elementi positivi.

 La base di questo universo alternativo

 Il primo: la base per costruire questo universo alternativo in cui, ahimé, i nazisti hanno vinto la seconda guerra mondiale, è perfetta. Talmente perfetta da sembrare vera e mettere addosso una grande paura.

 Meravigliosi, per dire, anche i piccoli dettagli.

 Per esempio serie cult come “Sulle strade di San Francisco” trasformato in “American Reich”, oppure i quiz sulla storia del Reich. Oppure ancora i programmi di cucina sul “Reichgiving” invece che il “Thanksgiving”, che fanno schifo uguale.

 E sono gli unici elementi di comicità presenti nel telefilm ideato da Frank Spotnitz, già sceneggiatore di X-Files.

 Il secondo elemento interessante sono la presentazione della vita quotidiana delle persone e il messaggio che si prova a lanciare, con scarsi risultati, in cui si fa un paragone tra le superpotenze attuali e quelle dell’universo distopico di Dick.

 Il paragone sussiste ed è reale.

 Gli Stati Uniti non sono del tutto una democrazia e non sono del tutto una dittatura(sotto l’impero giapponese c’è un minimo di libertà) lì come nel mondo reale.

Il cast è sicuramente di prim’ordine.

 Rufus Sewell (John Smith), Sebastian Roché (Martin Heusmann), Rupert Evans (Frank Frink), Alexa Davalos (Juliana Crain), Cary-Hiroyuki Tagawa ( Tagomi), Luke Kleintank (Joe Blake Heusmann),

 Joel de la Fuente (ispettore Kido), Chelah Horsdal (Helen Smith), Brennan Brown (Robert Childran), Michal Gaston ( il rabbino Mark Sampson) Quinn Lord (Thomas Smith), Bella Heathcote (Nicole Dormer),

 DJ Qualls (Ed McCarthy), Jason O’ Mara (Liam Wyatt), Genea Charpentier (Jennifer Smith),

 Gracyn Shinyei(Amy Smith), William Forsythe (il celebre Edgar Hoover, qui capo dello spionaggio Usa del Reich), Frances Turner (Bell Mallory) Chika Kanamoto (Yukiko) sono tutti attori molto bravi.

 Particolare menzione direi soprattutto per i giovanissimi ma veramente tutti molto bravi.

 Non vanno poi dimenticati Stephen Root, ovvero l’interprete dello scrittore Hawthorne Abendsen ovvero l’uomo nell’alto castello e Ann Magnunsen che prestava il volto a sua moglie Caroline.

uomo nell'alto castello

 Paradossalmente i personaggi, quasi mai, sono stati scritti all’altezza dei propri interpreti perché spesso venivano rovinati oppure uccisi.

 Pochi i personaggi validi

 Bell, la comandante dei comunisti neri, vittima degli esperimenti nazisti.

 Le levarono l’utero.

 Divisa tra la rabbia che le farebbe distruggere tutto e la voglia di un domani migliore.

 Alla fine accetta di prendere con sé dei giovani disertori delle SS, che hanno compreso il proprio errore.

 Tagomi, ministro del commercio giapponese, un uomo dall’etica tutta sua.

 Uno dei primi ad essere capace di viaggiare tra i mondi.

 Usa questa abilità per sistemare i problemi causati dal suo doppio nel nostro mondo con la propria famiglia.

 Dopodiché per aiutare la resistenza a  trionfare, anche a costo della vita.

 Molto tenera la sua storia con la pittrice incontrata sulla spiaggia.

 Frank Frink, sequestrato e torturato dalla polizia imperiale giapponese del terribile ispettore Kido, per colpa della noncuranza della fidanzata Juliana.

 Lentamente riscopre le proprie origini ebraiche e usa l’arte per combattere la dittatura.

 Robert Childran, antiquario diventato amico di Frank e di Ed (migliore amico di Frank).

 Simbolo della gente comune.

 Anche lui usa la propria cultura e il proprio sapere per provare a fare qualcosa di buono.

 E vive una dolce storia d’amore con Yukiko, anch’essa vittima di tradizioni insensate.

 Ed, giovane gay, che trova il coraggio di essere se stesso anche grazie a Robert e alla sua amicizia con Frank e Juliana. Vive una bella storia  con il cowboy Jack.

 Liam Wyatt, uomo che vive ai margini, riscopre il valore della libertà per cui aveva combattuto un tempo e rischia tutto.

Madre e figlia che rinascono

 Jennifer Smith, forse la migliore di una famiglia disastrata.

 Trova il coraggio di ribellarsi al proprio destino, dopo la morte terribile del fratello Thomas e dopo aver vissuto nella zona neutrale.

 La scoperta degli orrori perpetrati dai propri genitori per tenere al sicuro la famiglia sarà il colpo di grazia per tranciare ogni legame e voler vivere definitivamente altrove.

 Helen Smith: da mogliettina nazista a donna che prende lentamente consapevolezza dei crimini commessi dopo la morte del figlio Thomas.

 “Non avevo pensato a quelle persone fino a quando quelle persone siamo diventate noi” dice alla figlia Jennifer che piange: “Era mio fratello, gli volevo bene anche io. Lo hanno avvelenato. E’ colpa vostra”.

 Forse il suo discorso sul non meritare di essere  genitori, nel drammatico finale, al marito, è una delle poche citazioni meritevoli della serie: “Abbiamo avuto tre occasioni e abbiamo fallito. Se c’è una versione migliore di me là fuori è lei che merita di avere Thomas, noi non meritiamo di avere figli.”

Troppi errori nella costruzione dei personaggi

 Joe Blake. L’idea era di differenziarlo dal personaggio del romanzo.

 Lo vediamo diviso tra voglia di essere una brava persona (anche grazie all’incontro con Juliana, con cui vive una storia più di anime che fisica) e provare ad avere un rapporto con il padre, gerarca nazista.

 Si scopre che Joe è uno dei tanti bimbi nati da esperimenti genetici per creare la razza superiore.

 Uno spera che il suo personaggio venga usato per raccontare questa storia anche perché la sua amica Nicole, cineasta nazista, è anch’essa una di loro.

 Niente tutto buttato via perché si scopre che il padre ha complottato contro Hitler, così Joe si prende colpe che non ha, viene torturato e trasformato in una macchina priva di sentimenti.

 Vi potete ben immaginare che fine fa.

 Juliana Crain. Per riuscire a provare simpatia per lei ci vuole l’inizio della terza stagione.

  Quando incontra la versione alternativa di sua sorella Trudy e che la aiuterà ad essere una donna finalmente matura.

 Prima abbiamo una persona che coinvolge tutti nei suoi problemi, non permette loro di vivere la propria vita e di fare le proprie scelte.

Le delusioni più grosse

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John Smith: forse la delusione più grossa di tutti.

 Quattro stagioni, dico quattro stagioni, per vedere un uomo incapace di seguire la propria coscienza e i propri rimorsi, nonostante le numerose occasioni avute.

 Prima la malattia del figlio Thomas, che lo aveva (così sembrava) spinto a ribellarsi alle idee folli sull’eugenetica nazista.

 Poi la morte di Thomas (che si è praticamente suicidato per colpa delle idee malate di cui sopra, consegnandosi al dottor Mengele) che gli fa avere incubi sulle sue vittime.

 Dopo l’incontro con la sua famiglia alternativa, che gli permette di chiedere scusa all’amico Daniel o meglio alla sua versione alternativa, che lui aveva lasciato internare perché ebreo.

 Il nostro vuole impedire alla versione alternativa di Thomas di morire e per fargli la predica pensa bene di usare un momento sbagliato, dopo aver lasciato che due persone di colore venissero portate via perché volevano mangiare come gli altri, il tutto nell’america segregazionista.

 Vere le sue parole: “qui non c’è libertà, non c’è onore, questo è lo stato per cui vuoi morire? Non c’è nulla che valga la vita di mio figlio” ma suonano false dopo essere stato incapace di dare l’esempio.

 E infatti Thomas si arruola per la guerra in Vietnam.

 Infine il nostro uomo rifiuta di accettare il consiglio dell’amico Bill, che lo vuole spingere alla ribellione verso il Reich, dando la libertà agli Usa.

 Preferisce l’accordo meschino con un altro gerarca, preferisce diventare il Reich del nord America e muore da vigliacco, quale è, dopo la morte della moglie, suicidandosi.

 Persino il meschino ispettore Kido fa una figura migliore della sua.

 Almeno la redenzione di questi è sincera e vuole espiare, non scappa suicidandosi.

 Ispettore Kido: non posso certo esaltare un personaggio che per quasi tutta la durata della serie si comporta come poliziotto affamato di potere, che gode nel torturare gli altri e umilia il figlio perché prova rimorso per i crimini commessi.

 Uccide, tortura, gode della sua posizione.

 La scena in cui ammazza Frank è nauseante.

 Ed è il culmine.

 Solo negli ultimi tre episodi il riscatto (prima di tutto scusandosi con il figlio) di questo uomo.

 Riscatto dopo il confronto con la principessa erede al trono dell’impero, altro personaggio che meritava un miglior trattamento.

 Non è così che funziona la redenzione di uomo o di una donna e andavano mostrati più chiaro scuri.

 Prima un robot e poi un essere umano. Poco credibile direi.

 E se alla fine traspare qualcosa è merito dell’attore. Come volevasi dimostrare.

Storyline riprese da altre opere

 La storia di Thomas e di suo padre, che ricalca quasi totalmente ciò che vediamo del piccolo Peter Bishop nell’episodio “Peter” in Fringe e le scelte di suo padre Walter Bishop.

 Le differenze sono minime.

 La più sostanziale è quella legata al regime nazista e quindi alla morte di Thomas.

 Il resto è pressoché identico, vedere la storia della malattia genetica incurabile.

 I dialoghi sono presi pari pari.

 Inoltre Thomas adolescente e Peter bimbo condividono lo stesso interprete.

 Quinn Lord, appunto, bravissimo anche lui.

 Se John non fa quello che fa Walter è solo perché all’inizio non può e poi perché la moglie lo ha tradito per farlo morire.

 Oltretutto il dottor Mengele è praticamente la fotocopia di Walter Bishop giovane.

 In molti avevano detto che Walter da giovane pareva il Dottor Mengele.

 Tuttavia magari avrei evitato di mettere che il gerarca nazista facesse esperimenti sulle persone per farli viaggiare tra i mondi.  Con adrenalina, isolamento e paura.

Troppi errori nella trama

 Questo continuo insistere che i nazisti e gli imperiali siano invincibili e ogni resistenza venga soffocata nel sangue, fiacca lo spettatore e fa sembrare i primi dei robot con tanto di schermo protettivo.

 Il top di questa ridicolaggine è quando alla fine della serie.

 L’assistente di Helen, Martha (Rachel Nichols di Continuum), dopo 5 minuti in cui la sua padrona dovrebbe essere a fare un trattamento per donne in una Spa, si spazientisce nella sala d’attesa.

 E sospetta che sia in combutta con qualcuno.

 5 minuti per noi, forse per loro 15 minuti, a causa dei vari stacchi ma sempre troppo pochi.

 Va bene l’efficienza nazista però questo è ridicolo.

 Persino io so che in una Spa puoi starci una giornata intera eh e non ci ho mai messo piede.

 Tuttavia gli autori de l’uomo nell’Alto Castello insistono e persistono, sembra, allo scopo di dirti “Siamo una distopia e quindi devi capire che tutto fa schifo, niente servirà a niente” roba che 1984 sembra Heidi.

 Solo negli ultimi episodi vediamo la resistenza trionfare, su più fronti, con un’accelerazione improvvisa che lascia quantomeno perplessi.

 Uno la resistenza di comunisti neri spunta nella quarta stagione, pur essendo al lavoro da anni, e con un solo colpo di mano fa scappare l’impero giapponese. Tirarli fuori prima, no vero?

 Due John Smith ha pensato bene, insieme al suo amico, di liberarci di Himmler e tutto il reich tedesco, ergo l’unica cosa utile del personaggio in 4 stagioni. Che non è mai stato un uomo ma solo un burattino affamato di potere.

 Forse l’unico colpo di scena ben riuscito.

 Poi vediamo saltare in aria il treno dove Smith era con la moglie Helen, che lo ha venduto alla resistenza, dopo aver scoperto dei campi di sterminio per le etnie non ariane.

 Helen muore, John no perché si deve suicidare che così è più drammatico, il tutto con un discorso intriso di rimorso di fronte a Juliana ma non so si poteva fare di più.

uomo nell'alto castello

La scena finale è il top del non sense

 Tre il top del nonsense la scena finale dove gente del nostro universo arriva nel loro, tramite il portale, costruito in una miniera.

 Il portale si apre da solo dopo la vittoria della resistenza.

 E appunto arrivano delle persone che sanno benissimo cosa fare.

 Vengono accolti festosamente da Juliana e da Abendsen.

 Lo scrittore pare avere un’apparizione mariana, vedendoli e se ne esce con: “Arrivano. Oh piccola mia” come se li dovessero liberare loro.

 E se ne va a braccia alzate sorpassando tutti.

 Gli sceneggiatori hanno fatto sapere che questa scena significa che le persone che stanno arrivando sono i morti dell’universo nazista, che invece sono vivi nel nostro.

 Quindi tutto a posto eh, i campi di sterminio come se non ci fossero mai stati.

 Come passare dalla distopia più nera al buonismo più becero e caramelloso.

 Anche perché, sempre a detta degli autori, i due universi diventano uno.

 Non ho veramente parole adatte a questa conclusione.

Paragoni senza senso

 Dico solo che da persona, che ha stroncato il finale non sense di Fringe, trovo incredibile che qualcuno abbia avuto il fegato di paragonare L’uomo nell’Alto Castello alla serie di JJ Abrams, ormai riconosciuto cult, con merito.

 A parte che non amo queste definizioni ma proprio no.

 Fringe ha avuto 3 stagioni sublimi, una quarta così così e solo l’episodio finale della quinta veramente brutto.

 Stagioni che hanno spinto lo spettatore a mettersi in gioco, ha mostrato rapporti umani solidi e ha parlato di vera pace (con la demolizione del conflitto manicheo) e di scelte umane complicate.

 Nell’Uomo nell’Alto Castello abbiamo avuto una serie che ogni volta che tentava di osare, si ostinava a seguire il sentiero della distopia, sentiero facile, almeno così come l’hanno presentato loro.

 Non merita nemmeno l’appellativo di nuova 1984: Orwell era bravissimo a ingannare e a darti false speranze, qui per tre stagioni e tre quarti solo il prendersi troppo sul serio e poi alla fine la vittoria dei buoni, non si sa come e perché.

 Il tutto con una scena che voleva omaggiare Incontri ravvicinati del terzo tipo ma lasciamo stare.

 Le vere serie cult sono un’altra cosa. E pure la vera fantascienza è un’altra cosa.

 The Expanse merita molta della fama e della gloria che ha L’uomo nell’Alto Castello.

 Bocciata.

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